DILETTA CUNIBERTI
DISEGNI
di Elio Rigillo e Francesco Finotti
di Simona Poli
Bula, in arte Diletta Cuniberti, è un’artista che ama definirsi con leggerezza. Cerca di trasmettere la sua ironia anche in questi lavori, raccolti in una mostra il cui titolo è già esplicativo “Un piede a terra, il resto in volo”.
Verrebbe da dire, usando una facile metafora, che si tratta di una retrospettiva, ma tutta di lavori recenti. Li guardo, e penso di essere un osservatore indiscreto. Son tutti girati. Mi sembra di guardarli di nascosto, come se fossi dietro ad una tenda, o nascosto dietro un sasso, o sotto un mantello invisibile. Perché sono persone denudate di qualsiasi tratto distintivo, solo corpi, senza vestiti, senza espressioni. Mi sento indiscreto perché sembrano persone osservate prima di entrare in doccia. In fondo, nella loro vera intimità. Che a noi è dato solamente di cogliere, e di interpretare.
Ma forse è Bula che richiama l’attenzione verso le persone di spalle. E’ una sfida capire la loro espressione. Bisogna impegnarsi, e cogliere una peculiarità da un gesto, da una gamba alzata, dalla postura delle braccia, da una posizione. Mica facile.
Lo colgo come un invito, fatto dall’artista, a non soffermarsi alle apparenze. Ad indagare, invece, la caratteristica nascosta, quella che potrebbe rimanere indietro ma che forse è più importante. Lo fa con pochi tratti, essenziali. Le linee, quelle del corpo, delle braccia, delle gambe, e quelle del sedere che nelle sue opere attrae come l’occhio di Sauron. Lo fa con qualche elemento che interviene, talvolta, in maniera altrettanto essenziale, la seduta di un’altalena, il pelo d’acqua del mare. Il suo è un invito, sì, un invito a guardarsi dentro (anche a guardarsi dietro) e a sforzarsi di guardare il mondo con occhi attenti, senza dimenticarsi di farlo con ironia. E anche con semplicità (che non vuol dire banalizzare alcunchè) esattamente come le sue opere, fatte di pochi segni su un foglio bianco e un colore accennato, quasi tenue, che mai aggredisce le figure.
Ed in fondo le casistiche della vita che rappresenta sono infinite, ed appartengono a tutti. Ad esempio chi è che non si è mai sentito “Appeso ad un filo”? Mai si è chiesto però da dove passasse il filo. Chi è che nelle tempeste della vita, non ha mai pensato che bisogna “Comunque resistere”? In pochi però magari si sono interrogati su quale posizione assumere, nell’atto della resistenza. Romanticamente, abbiamo sempre sperato di dire “Vengo via con te”, anche se poi si può essere trasportati come una tavola da surf. Ci si impone anche un “Manteniamoci equilibrati”, perché si sa, l’equilibrio è un elemento essenziale in molti approcci della vita. Salvo poi scoprire che l’equilibrio è una posa divaricata e assurda, improbabile.
Insomma, i lavori esposti, la sua produzione, è un invito. A indagare e a non accontentarsi, ad approcciarsi alla vita senza lasciarsi sopraffare, ma vivendola a pieno e reinventandola, e si’….a prenderla anche un po’ per il culo.
Ironia, leggerezza, provocazione sono i messaggi che trasmettono i disegni di Diletta Cuniberti. Buffe figurine di umani visti da dietro che fanno cose, accennano gesti. Quadretti essenziali che trovano la loro soluzione nelle didascalie, che sono parte integrante del suo lavoro artistico.
E quindi? è tutto qui? Probabilmente se lo chiedessimo all’artista, direbbe, con una certa fierezza, che si, certo, è tutto qui, questa mostra in particolare nasce da “una sfrenata voglia di disfarmi dei pesi e delle responsabilità per godermi l’esistenza”. E questo capita proprio ora che sono scoccati i fragorosi cinquant’anni per Diletta. Una tappa interessante che porta sempre con sé qualche riflessione di troppo.
“Se il fisico ti venisse dietro potrebbe essere un nuovo inizio, ma probabilmente bisognerà accontentarsi di una seconda stagione. Sperando che sia all’altezza della prima” ha aggiunto, quando mi ha spiegato la mostra. Ma penso che valga la pena riavvolgere il nastro e fare un passo indietro.
La serie “A posteriori” nasce infatti nel 2010, molto prima dei fatidici cinquanta.
Figure umane, dai corpi improbabili ritratte a posteriori. Un catalogo dei sentimenti, delle fatiche e dei successi più o meno autobiografici, visti da dietro. Si tratta di una prospettiva inedita dove la dimensione dello spazio e del tempo si sovrappongono sia dal punto di vista concettuale che lessicale. “A posteriori” vuol dire infatti “da dietro” ma anche “dopo”.
Guardare una figura da dietro sposta l’attenzione su una parte del corpo misteriosa. Da dietro siamo tutti più simili e più silenziosi. A chi osserva sfuggono gli occhi, la bocca, l’espressione, in altre parole l’identità come convenzionalmente è intesa. La personalità, la nostra individualità, sfuma. Procedere diritti e guardare in faccia il nostro interlocutore ci offre l’opportunità di conoscerlo, cogliere il suo atteggiamento nei confronti della vita. Ci sono individui che procedono a testa alta guardando dritti negli occhi, altri il cui sguardo sfugge e si muovono incerti. In pratica da davanti le persone mostrano la loro individualità e se sei un attento osservatore puoi indovinare se sono assertivi o indecisi, seri o frivoli. Puoi insomma fantasticare sul loro atteggiamento nei confronti della vita. Ma soprattutto, e qui entra in gioco il fattore tempo, ti sembra di osservarli prima che qualcosa accada. Prima o mentre rispondono al telefono, si mettano a piangere o a ridere, prima o mentre parlano. Tu osservatore hai l’impressione che tutto possa ancora accadere. Camminare dietro una persona, ti fa pensare di essere arrivato dopo, di inseguire qualcosa che sta passando, che sfugge. Ci sfugge l’intenzione, la volontà che anima l’altro perché lo vediamo da dietro e dunque possiamo solo interrogarci su chi sia, cosa voglia, cos’ha fatto prima quando era davanti a noi, ma poi quel momento è passato e ora ci sono le spalle, il sedere e le gambe. Le figure di Diletta rendono la situazione ancora più complessa, perché la testa e le spalle quasi spariscono, in evidenza sono solo i “posteriori”. Dunque, muti, simili l’uno all’altro. E allora sembra che Diletta con i suoi “A posteriori” ci voglia dire in maniera provocatoria che siamo tutti uguali e che abbandonare la nostra individualità potrebbe essere una ragionevole via di fuga.
Si può anche procedere con un atteggiamento “A posteriori”, non sapendo sempre e necessariamente quello che vogliamo intraprendere. Il punto è che non siamo noi a decidere, noi possiamo solo seguire a posteriori quello che accade, comportarci a posteriori.
Mi sembra molto saggio, anche un po' zen, come atteggiamento. Allora l’invito alla leggerezza dei posteriori diventa quasi un atteggiamento filosofico, un modo di guardare la realtà senza la lente dell’io, imperante e massacrante. Una leggerezza che prende il volo ancora di più dopo i cinquanta, dopo la pandemia. Avvertita come una necessità inevitabile di cogliere l’attimo in nome del desiderio vitale di sorprendersi felici nonostante tutto.